Uno degli aspetti più interessanti
del mio lavoro è la possibilità di conoscere personalità di ogni tipo.
Non solo
ci si accorge di quanto sia vario il genere umano, ma anche lavorando per lungo
tempo con uno stesso paziente ti rendi conto di come si possa cambiare nel
tempo. Ogni incontro è una sorpresa: c’è chi non entra nella stanza senza un
tuo invito e ad un tratto lo vedi irrompere inaspettato; oppure puòo passare
intere sedute senza toccare nessuno strumento e poi appassionarsi ad un tamburo
senza riuscire a staccarsene.
Per questo è importante, soprattutto
con la malattia psichiatrica, osservare quale aspetto del carattere oggi quel
paziente ha deciso di far emergere e quale tenere nascosto. È su questa
osservazione che si dovrà strutturare l’intervento, più che sulla lettura delle
cartelle (quando è possibile) o la presentazione dei servizi o dei familiari.
La
persona con cui lavori sarà il frutto della tua relazione con lei e sarà
diversa da quella che ha con chiunque altro.
In questi dieci anni di lavoro
l’aspetto su cui ho dovuto impegnarmi di più è proprio l’osservazione dei pazienti nella prima fase della seduta.
Tendo
a non dare indicazioni verbali perché il solo presentare una stanza con degli
strumenti è già un’indicazione forte di cosa si vuole che la persona faccia.
Osservo come si avvicinano allo
strumento, come lo usano, se e quanto suonano e infine, la parte più
importante, il prodotto sonoro. C’è chi si avvicina lentamente allo strumento
per poi suonare fortissimo per lungo tempo e chi dedica pochi secondi a vari
strumenti; chi sperimenta continuamente nuovi suoni e chi ripete ossessivamente
la stessa sequenza.
Solitamente la modalità di approccio allo strumento si modifica nel tempo, sia
durante la stessa seduta che da un incontro con l’altro, proprio come si
modificano le relazioni mano a mano che ci si conosce di più; in pratica, è da
qui che osservo il livello di apertura relazionale del paziente.
Il
prodotto sonoro, invece, subisce poche modifiche ed è un ottimo indicatore
degli effetti del percorso terapeutico.
Dopo questa osservazione decido se
e come avvicinarmi.
Di volta in volta, poi, si
metteranno a confronto i dati raccolti per definire quella che Benenzon chiama
l’ ”identità sonoro-musicale”, e con questa mi confronto con le altre
figure professionali che si occupano delle stesse persone.
La mia analisi non tiene conto del
giudizio estetico perché il prodotto sonoro non è mai “bello” o “brutto” ma è
una descrizione della personalità e delle emozioni di chi suona.
Da ultimo tendo sempre a precisare
che non faccio analisi della psiche; non mi chiedo “perché” suona in quel modo,
mi limito a leggere il materiale sonoro e usarlo per creare relazioni.
Il mio non è un approccio strettamente
scientifico e mi guardo bene dal ritenere “incontestabili” le mie osservazioni;
direi che è il mio tentativo di mettere in pratica le letture sul linguaggio
non verbale.
Nei prossimi appunti mostrerò
qualche esempio e spero che qualcuno abbia voglia di confrontarsi su questo
tema per un vicendevole aiuto.
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