lunedì 2 aprile 2012

L’IMPORTANZA DI OSSERVARE


Uno degli aspetti più interessanti del mio lavoro è la possibilità di conoscere personalità di ogni tipo.
Non solo ci si accorge di quanto sia vario il genere umano, ma anche lavorando per lungo tempo con uno stesso paziente ti rendi conto di come si possa cambiare nel tempo. Ogni incontro è una sorpresa: c’è chi non entra nella stanza senza un tuo invito e ad un tratto lo vedi irrompere inaspettato; oppure puòo passare intere sedute senza toccare nessuno strumento e poi appassionarsi ad un tamburo senza riuscire a staccarsene.
Per questo è importante, soprattutto con la malattia psichiatrica, osservare quale aspetto del carattere oggi quel paziente ha deciso di far emergere e quale tenere nascosto. È su questa osservazione che si dovrà strutturare l’intervento, più che sulla lettura delle cartelle (quando è possibile) o la presentazione dei servizi o dei familiari.
La persona con cui lavori sarà il frutto della tua relazione con lei e sarà diversa da quella che ha con chiunque altro.
In questi dieci anni di lavoro l’aspetto su cui ho dovuto impegnarmi di più è proprio l’osservazione dei pazienti nella prima fase della seduta.
Tendo a non dare indicazioni verbali perché il solo presentare una stanza con degli strumenti è già un’indicazione forte di cosa si vuole che la persona faccia.
Osservo come si avvicinano allo strumento, come lo usano, se e quanto suonano e infine, la parte più importante, il prodotto sonoro. C’è chi si avvicina lentamente allo strumento per poi suonare fortissimo per lungo tempo e chi dedica pochi secondi a vari strumenti; chi sperimenta continuamente nuovi suoni e chi ripete ossessivamente la stessa sequenza.
Solitamente la modalità di approccio allo strumento si modifica nel tempo, sia durante la stessa seduta che da un incontro con l’altro, proprio come si modificano le relazioni mano a mano che ci si conosce di più; in pratica, è da qui che osservo il livello di apertura relazionale del paziente.
Il prodotto sonoro, invece, subisce poche modifiche ed è un ottimo indicatore degli effetti del percorso terapeutico.
Dopo questa osservazione decido se e come avvicinarmi.
Di volta in volta, poi, si metteranno a confronto i dati raccolti per definire quella che Benenzon chiama l’ ”identità sonoro-musicale”, e con questa mi confronto con le altre figure professionali che si occupano delle stesse persone.
La mia analisi non tiene conto del giudizio estetico perché il prodotto sonoro non è mai “bello” o “brutto” ma è una descrizione della personalità e delle emozioni di chi suona.
Da ultimo tendo sempre a precisare che non faccio analisi della psiche; non mi chiedo “perché” suona in quel modo, mi limito a leggere il materiale sonoro e usarlo per creare relazioni.
Il mio non è un approccio strettamente scientifico e mi guardo bene dal ritenere “incontestabili” le mie osservazioni; direi che è il mio tentativo di mettere in pratica le letture sul linguaggio non verbale.
Nei prossimi appunti mostrerò qualche esempio e spero che qualcuno abbia voglia di confrontarsi su questo tema per un vicendevole aiuto.

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