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lunedì 4 aprile 2016

Aiuta te stesso e aiuterai il mondo



Dopo sedici anni di lavoro in campo sociale mi viene ancora un brivido lungo la schiena quando sento un professionista dire: "gli utenti vengono prima di tutto".
Nella mia esperienza, dietro questa frase ho trovato spesso un grande vuoto umano.
Prima di essere professionisti, siamo persone, chiamate a crescere e migliorarci continuamente, perché è questo che offriamo quotidianamente alle persone con cui lavoriamo.
Solo lavorando continuamente sul nostro benessere possiamo offrire benessere a qualcuno.
Qualcuno pensa davvero che ciò che facciamo sia più importante di "COME" lo facciamo?
Possiamo forse ridurre il nostro lavoro ad una mero svolgimento di azioni e sorrisi?
Può un professionista preoccuparsi più della buona riuscita dell'attività che del proprio modo di vivere la relazione?
Può un responsabile preoccuparsi più della perfetta organizzazione che dei rapporti umani e del clima di benessere dei, e fra i, propri collaboratori?
E' questo che significa "aiutare l'altro"?

Raramente cito uno psicologo, ma non trovo parole migliori di quelle di Jung.

«Tu non devi intervenire sull’Altro, ma su di te, a meno che l’Altro richieda il tuo aiuto o la tua opinione.Comprendi tu quello che l’Altro fa? Mai… D’altronde come potresti? E un altro comprende ciò che fai tu? Da dove viene il diritto di avere opinioni sugli altri o di agire su di loro?
Tu hai trascurato te stesso, il tuo giardino è pieno di erbacce, e tu vuoi insegnare al tuo vicino l’ordine e fargli notare i suoi difetti! Perché hai da tacere sugli altri? Perché ci sarebbe molto da dire sui tuoi propri demoni.

Ma se tu hai opinioni sull’Altro e agisci senza che lui abbia chiesto la tua opinione o il tuo consiglio, lo fai perché non riesci a distinguere te stesso dalla tua anima.
Tu stesso hai bisogno del tuo aiuto; devi tenere pronti per te stesso opinioni e buoni consigli anziché correre dagli altri a offrire comprensione e a voler dare aiuto. Che cosa sono dei demoni che non agiscono per conto loro?
Perciò lasciali agire, ma non attraverso di te, altrimenti tu stesso sarai un demone per gli altri.
Lasciali a loro stessi, e non volerteli accaparrare con amore maldestro, apprensione, prudenza, consigli e altre presunzioni. Altrimenti faresti il lavoro dei demoni, saresti tu stesso un demone e finiresti nella pazzia.
I demoni però gioiscono della pazzia degli uomini indifesi che vogliono consigliare e aiutare gli altri.
Perciò taci, e compi in te stesso l’opera di redenzione; allora i demoni dovranno tormentare se stessi, così come tutti i tuoi simili, che non distinguono se stessi dalla propria anima e si lasciano perciò ingannare dai demoni.
E’ crudele abbandonare a se stesso il proprio simile accecato? Sarebbe crudele se tu potessi aprirgli gli occhi.
Ma tu potresti aprirgli gli occhi soltanto se lui ti richiedesse la tua opinione e il tuo aiuto. Se però non richiede il tuo aiuto, allora non ne ha bisogno. Se tu, malgrado questo, imponi a lui la tua opinione, allora per lui tu sei un demone e aumenti il suo accecamento, poiché gli dai un cattivo esempio.»
(“Prove” – dal “Libro Rosso” di Carl Gustav Jung)

lunedì 8 giugno 2015

La Terapia Sonoro-Vibrazionale e gli Stati Vegetativi


ABSTRACT
Nel luglio del 2014 si è dato inizio ad un percorso di ricerca volto a verificare le capacità del suono di modificare i parametri vitali di soggetti in Stato Vegetativo.
Dopo sei mesi di proposte musicali, sonore e vibrazionali, l’equipe ha costatato che tutti i soggetti coinvolti hanno presentato una variazione dei parametri osservati, con un dato medio del 30% e una differenza delle risposte individuali che va dallo 0% al 87,5%. Ogni paziente ha reagito in modo diverso sia rispetto agli altri pazienti che rispetto allo stimolo proposto, dimostrando che un percorso efficace necessita di una ricerca individualizzata. Tuttavia, ogni paziente ha incrementato i risultati con il susseguirsi delle sedute, a conferma dell’efficacia di un percorso costante e duraturo.

PREMESSA
Le numerose pubblicazioni sulla capacità del suono di influire sul benessere psicofisico (1) hanno convinto un gruppo di professionisti dell’Istituto RSA Ovidio Cerruti di Capriate a formare un’equipe con lo scopo di raccogliere dati al riguardo.
L’equipe è nata nel giugno del 2014, grazie al responsabile medico del nucleo per gli stati vegetativi, che ha coordinato il progetto; la partecipazione di un musicoterapista, che ha proposto il progetto ed effettuato le sedute; il contributo di una fisioterapista, una psicologa e un educatore, che hanno definito i parametri del progetto. Importante è stata anche la collaborazione con un compositore esperto in musica vibrazionale.
Il percorso si è sviluppato da luglio 2014 a gennaio 2015 con l’unico obiettivo di proporre stimoli sonori e vibrazionali a soggetti ricoverati nel reparto per gli Stati Vegetativi e monitorarne i risultati.

I DETTAGLI DEL PROGETTO
Dopo aver ottenuto i permessi necessari, l’equipe ha scelto 6 pazienti a cui proporre il percorso e ha definito le modalità pratiche di ogni seduta: ha deciso di effettuare sedute individuali, a cadenza settimanale, di durata variabile da 15 a 30 minuti; di osservare quei parametri del sistema neuro-vegetativo più facili da monitorare e con la minore invasività possibile; di rilevare i dati per due minuti prima e dopo l’intervento; di sottoporre tutti i soggetti agli stessi stimoli; di fissare una prima valutazione a tre mesi e una conclusiva al termine dei sei mesi prefissati.
Ecco la scheda di valutazione.

Nome Paziente

DATA

Sequenza proposta
Il paziente viene lasciato nella posizione in cui si trova al momento dell’intervento.
INTERVENTO
POSIZIONE
Letto - Sedia
RESPIRO 
RIEMPIMENTO POLMONI
Alto - Completo - Basso
La capacità di riempire i polmoni in modo completo o  nella sola parte alta o bassa.
INTENSITA'
Leggero - Medio - Profondo
Se il respiro è leggero o profondo.
FREQUENZA
N° Secondi
I secondi impiegati per una sequenza completa del respiro.
REGOLARITA'
Si - No
Se la sequenza del respiro si ripete in modo invariato per 5 volte consecutive.
APNEA
Si - No
Se la sequenza comprende una fase di apnea.
PARTICOLARITA' DEL RESPIRO

Se difficoltoso, affannato o con cicli particolari.
OCCHI
Aperti - Chiusi
Se il paziente ha gli occhi aperti o chiusi.
STEREOTIPIE

Movimenti continui.
ALTRO

Note particolari.

Si è scelto di assegnare 1 punto ad ogni variazione osservata per ognuno degli 8 parametri. Per non appesantire la ricerca di troppi dati, non sono state conteggiate le diverse intensità delle singole variazioni e quelle di breve durata.
Durante ogni intervento si è cercato di evitare ogni variabile visiva e sonora che potesse alterare i dati; a tal fine è stato limitato all'essenziale anche il contatto con il paziente.
Riguardo ai brani proposti, si è formulato un elenco di brani musicali con parametri molto vari, suoni con diversi timbri, e vibrazioni con effetti supportati da diversi studi (2).
Si è data molta importanza anche alle caratteristiche energetiche e alla capacità evocativa di ogni proposta.
Nei primi incontri sono stati proposti stimoli con diverse caratteristiche, mentre nelle settimane successive si è dato maggior spazio a quelle che hanno dimostrato maggiore efficacia.
Le sequenze sono state proposte sia attraverso l’uso di cuffie, posizionate in diversi punti del corpo, sia attraverso uno strumento meccanico che, posto sulla colonna vertebrale, trasmette al corpo le vibrazioni dello stimolo sonoro (3). Si è provato anche ad accompagnare la musica con piccoli movimenti degli arti del paziente.

La durata delle sedute variava da 15 a 30 minuti a seconda dello stimolo proposto.

I PRIMI RISULTATI
Alla scadenza di metà percorso si è potuta osservare una buona risposta di quasi tutti i pazienti, lasciando prevedere un risultato complessivo a favore dello stimolo sonoro.
Ecco i dati dei 6 pazienti nelle prime 15 sedute.

Come si è già detto sopra, è stato assegnato un punto ad ogni parametro in cui si è vista una qualsiasi modifica per almeno due minuti, prescindendo dall’intensità della variazione. Nelle prime 15 sedute le percentuali di risposta dei 6 pazienti coinvolti, come possiamo vedere in tabella, variano dal 3% al 44%.
Se questi numeri dimostrano in modo chiaro l’effetto dello stimolo sonoro, c’è da sottolineare che ogni partecipante ha presentato variazioni molto diverse, con risultati che vanno dallo 0% all’87,5%.
Dalla ricerca emergono due dati interessanti: il primo è la tendenza di ogni soggetto a rispondere (spesso ma non sempre) in modo simile ad ogni proposta sonora; questo ci fa supporre che esistano soggetti più recettivi di altri allo stimolo sonoro (ci sono stati pazienti che hanno riportato grandi variazioni in quasi tutti i brani, mentre altri hanno riportato scarsi risultati ad ogni seduta). Il secondo dato ci riporta una modifica crescente dei parametri con il susseguirsi delle sedute; questo ci porta a credere che una terapia costante e duratura possa portare ad effetti sempre maggiori.
Questi dati ci aiutano a capire che è possibile proporre a tutti un percorso sonoro che abbia una buona percentuale di effetti benefici; tuttavia un’osservazione approfondita sul singolo soggetto può migliorare sensibilmente i risultati.
La linea orizzontale della tabella ci indica una tendenza alla crescita, con un valore medio del 28%; questo dato ci aiuta a valutare positivamente i criteri di scelta degli stimoli proposti.

IL SECONDO PERCORSO
Dopo una valutazione dei primi risultati, l’equipe ha preferito modificare il percorso al fine di ricercare una maggiore conferma dei dati. È stato scelto un nuovo campione di 8 pazienti a cui sono state proposte 4 sole sedute di 30 minuti ciascuna, con alcune sequenze già proposte al primo gruppo e altre nuove.
Per una proposta sonora più mirata, si è chiesta la collaborazione di un compositore esperto in musica vibrazionale che, sulla base dei risultati ottenuti in precedenza, ha prodotto un brano originale adatto allo scopo.
I dati di questo secondo percorso superano quelli del precedente, arrivando a toccare vette del 50%; i risultati più incisivi sono stati riscontrati proprio in relazione al brano composto appositamente per questo percorso.


Anche in questo secondo percorso i diversi pazienti hanno reagito in modi molto diversi fra loro, mentre ognuno ha mantenuto una risposta più o meno omogenea nelle diverse sedute.
La linea di tendenza è sempre crescente e questo ci aiuta a dire che la cadenza settimanale aiuta la persona ad abituarsi allo stimolo e a trarne maggiori benefici.

I RISULTATI DEFINITIVI
Sommando i dati dei due percorsi, la linea di tendenza resta sempre in crescita; questo dimostra che la scelta degli stimoli proposti riesce a raggiungere persone anche molto diverse tra loro.


Dopo 6 mesi e un totale di 122 sedute su 14 pazienti possiamo dire che i diversi stimoli sonori hanno prodotto una modifica dei parametri osservati che oscilla dal 3% al 50%.
La percentuale media sale al 30%, grazie soprattutto al nuovo brano utilizzato.

All’interno del dato complessivo, ogni paziente risponde alle varie proposte in modo del tutto personale, con valori che vanno dallo 0% all’87,5% per il singolo stimolo.

L’intero percorso di ogni paziente dimostra invece una risposta in tutti i pazienti trattati, con valori che vanno dal 9%, nel caso del paziente “N”, al 53%, nel caso del paziente “L”.

Possiamo quindi affermare che il parametro sonoro-vibrazionale ha la capacità di incidere su alcuni parametri del sistema neuro-vegetativo; da qui è facile ipotizzare un effetto sull’intera persona. Questi risultati si aggiungono ai numerosi esperimenti che, da tutto il mondo, dimostrano il potere del suono di entrare in relazione con l'uomo e darne beneficio; inoltre ci aiutano a definire i criteri di scelta del parametro sonoro e le modalità di intervento per un percorso terapeutico.

Supervisore del progetto: Dott.ssa Lorella Conte
Ideatore ed esecutore del progetto: Musicoterapista Sergio De Laurentiis
Area psicologica: Dott.ssa M. Antonietta Ricchiuti
Area fisioterapica: Ft. Annette Pioli
Area educativa: Dott. Cristiano Brambilla
Area musicale: Compositore Davide Giannotti
Un ringraziamento speciale al responsabile delle risorse umane, Sig.ra Luisa Garlini, e a tutto l’Istituto Ovidio Cerruti per aver sostenuto il progetto.


(1) ad esempio i testi del neurologo Oliver Sacks
(2) ad esempio la composizione k448 di Mozart, alla base del famoso “effetto Mozart”
(3) dagli studi di Cimatica

lunedì 18 maggio 2015

Bach o i Beatles, la risposta del cervello non cambia


I gusti musicali sono quanto di più vario si possa immaginare, eppure quando ascoltiamo un brano che ci piace particolarmente, qualunque esso sia, lo schema di attivazione cerebrale è lo stesso per tutti. È quanto è emerso da una nuova ricerca, pubblicata su “Scientific Reports” da Robin Wilkins della Wake Forest School of Medicine a Winston-Salem, nel North Carolina e colleghi di altri istituti statunitensi.

I fenomeni cerebrali connessi all'ascolto della musica sono un territorio in gran parte ancora inesplorato dalle neuroscienze. Negli studi sulle percezioni soggettive associate all'ascolto della musica, le persone riferiscono che i loro pezzi preferiti stimolano o evocano pensieri, ricordi e sentimenti con le medesime connotazioni emotive e autobiografiche. Com'è possibile che reazioni simili vengano innescate nel cervello da generi musicali che differiscono per molte caratteristiche melodiche, ritmiche e armoniche?

Bach o i Beatles, la risposta del cervello non cambia
 L'ascolto della musica preferita evoca ricordi e pensieri di vita vissuta: gli schemi di attivazione delle diverse aree cerebrali sono coerenti con questo dato soggettivo.
Per scoprirlo, gli autori hanno sottoposto a risonanza magnetica funzionale 21 soggetti mentre ascoltavano brani di cinque generi diversi - classica, rap, country, rock, musica tradizionale cinese – scelti in parte in base alle loro preferenze, in parte in modo casuale.

Sono stati così identificati alcuni schemi di connessione tra le aree cerebrali, attivati dall'ascolto della musica preferita, che erano comuni a tutti i soggetti, indipendentemente dal tipo di musica. In particolare, si è osservato un aumento delle connessioni in un circuito cerebrale noto come default mode network, di cui alcune ricerche hanno dimostrato il collegamento con il pensiero introspettivo o creativo.

La scoperta potrebbe avere interessanti ripercussioni per la musicoterapia. In soggetti affetti da autismo, schizofrenia, depressione o da disturbo post-traumatico da stress, infatti, le connessioni del default mode network appaiono alterate. Gli autori ipotizzano che l'ascolto dei brani preferiti dal soggetto (e non di quelli proposti dal terapeuta) potrebbe avere maggiore efficacia terapeutica.

Un secondo importante risultato dello studio di Wilkins e colleghi è la scoperta che, durante l'ascolto della musica preferita, l'ippocampo, la cui attività è associata al consolidamento dei ricordi delle esperienze sociali ed emotive, risulta scollegato dalla corteccia uditiva, che raccoglie ed elabora le informazioni percepite dall'orecchio. Secondo gli autori, questo significa che in quel momento l'ippocampo non è impegnato a elaborare nuovi input uditivi, ma a rievocare esperienze emotive e pensieri consolidati.

29 agosto 2014
http://www.lescienze.it/news/2014/08/29/news/musica_preferita_connessioni_cerebrali-2265947/

lunedì 16 marzo 2015

Viva l'ottimismo! Se sorridi, vivrai più a lungo.

Lo definiscono Benessere Soggettivo - in sigla SWB, dall’inglese Subjective Well Being - e quantifica il giudizio che ognuno dà alla sua vita, il grado di soddisfazione esistenziale e professionale. Un elevato SWB pare abbia un effetto diretto sulla salute e sulla longevità, facendola aumentare addirittura del 14 per cento. È quanto sostiene il professor Ed Diener, del Dipartimento di psicologia dell'Università dell'Illinois, che ha appena pubblicato sul Journal of Applied Psychology, Health and Well-Being la più ampia revisione mai effettuata su questo argomento, prendendo in considerazione ben 160 ricerche.

Diener, che da decenni studia la felicità e i suoi effetti, ritiene che a questo effetto "salutare" concorrano soprattutto quattro fattori: soddisfazione nella vita, assenza di emozioni negative, ottimismo e presenza di emozioni positive. Queste ultime, però, devono essere moderate, perché se sono eccessive o troppo repentine - avverte Diener - hanno paradossali effetti negativi. Stiano attenti, per intenderci, i vincitori delle lotterie miliardarie, che potrebbero avere brutte sorprese. Un po' di humour, comunque, può sempre aiutare, perché come ha dimostrato lo studio norvegese HUNT 2, seguendo 53.500 persone per oltre 7 anni, prendere le cose con ironia allunga la vita.
Per contro, in un’altra ricerca (presa in esame da Diener nella sua revisione) su 4.989 persone seguite dalla giovinezza per oltre 40 anni, è risultato che chi era un musone pessimista già da giovane, si ritrovava più malconcio da anziano o addirittura campava di meno. E inaspettatamente Diener si è accorto che, facendo i debiti confronti, il legame fra ridotta aspettativa di vita e infelicità risulta addirittura più forte di quello con l'obesità, la cui pericolosità è arcinota. Che un basso Benessere Soggettivo possa favorire l'insorgenza delle malattie, peraltro, è provato da altre ricerche. Quando, ad esempio, l'ottimismo è impedito da una condizione di depressione maggiore, il rischio di malattie cardiovascolari aumenta del 2,69 per cento, Anzi, basta un semplice umore depresso per far salire il rischio dell'1,49%.

Sentimenti positivi come gioia, speranza, voglia di fare, soddisfazione esistenziale, speranza per il futuro, ottimismo e humor hanno invece buoni effetti anche di fronte alla malattia, come è stato evidenziato in pazienti affetti da HIV, con blocco renale, colpiti da infarto, e può migliorare perfino la risposta alle cure palliative somministrate in caso di gravi tumori. «Di recente ho presentato proprio i risultati di questi studi in una relazione sulla "Felicità al femminile" — sottolinea Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano —. Un approccio positivo aiuta senza dubbio a migliorare durata e qualità di vita, anche di fronte alla malattia e alle perdite. Secondo un recente studio dell’Università olandese di Leiden, gli anziani con un'innata disposizione ottimista vivono una migliore vecchiaia, nonostante il diradarsi dei rapporti sociali». «Nell'anziano la perdita di speranza in un progetto di vita futura — conferma Costanzo Gala, primario del Centro per la cura della depressione del San Paolo di Milano — aumenta la morbilità e la mortalità. Bisognerebbe diffondere di più l’informazione che oggi l'aspettativa di vita di coloro che arrivano a 70 anni in accettabili condizioni fisiche è di almeno 15 anni per le donne e di 12 anni per gli uomini: il solo saperlo riaccende l'ottimismo e riattiva la resilienza, ovvero la capacità di fronteggiare lo stress, con miglioramenti degni di una psicoterapia».

Cesare Peccarisi
10 aprile 2011

http://www.corriere.it/salute/11_aprile_10/ottimismo-sorriso-vita-lunga_6fe36e16-6202-11e0-870c-93568f8e57cb.shtml

lunedì 26 gennaio 2015

Il nostro corpo funziona grazie al canto?





ASSURDO!!!
Qui vengono ribaltati completamente i principi della musicoterapia!!
Secondo questo documento la musica non sarebbe un aiuto al benessere, né una tecnica di riequilibrio; qui la musica è concepita come ELEMENTO ESSENZIALE DELLA VITA.
Il canto è considerato il mezzo di comunicazioni delle cellule cerebrali, se non di tutto il corpo.
IL NON CANTARE STESSO E' LA CAUSA DELLE MALATTIE.
Ma si è mai sentita una cosa del genere?
E cosa si dovrebbe cantare?
E come la mettiamo con tutte le teorie sulla vibrazione a 432Hz?
E come si concilia questo con la mia idiosincrasia verso certi brani (tipo Gigi D'alessio)?
E' completamente assurdo!!!
...
... 
     oppure no?!?!

lunedì 15 dicembre 2014

SALUTE: Un approccio diverso


Ho sempre pensato di essere cresciuto in una cultura 
con una visione molto limitata del concetto di SALUTE.
Incontriamo così spesso il termine Benessere che ormai ha assunto un senso di indefinitezza a vacuità.
Leggendo queste pagine ho trovato un diverso modo di approcciarsi alle molteplici dimensioni dell'essere
 e un significato più profondo del concetto di SALUTE.
Ve le propongo, sperando possa aiutare anche voi ad aprire nuovi orizzonti per sé 
e per le persone di cui ci occupiamo, per affetto o per lavoro.









lunedì 24 novembre 2014

Effetto Mozart








Da Wikipedia

L'Effetto Mozart è una controversa teoria scientifica, elaborata nel 1993 dai fisici Gordon Shaw e Frances Rauscher.

Secondo i due ricercatori, l'ascolto della Sonata in re maggiore per due pianoforti (KV 448) di Wolfgang Amadeus Mozart causerebbe un temporaneo aumento delle abilità intellettive di un gruppo di volontari.

Pubblicata su Nature, venne poi contestata da numerosi altri articoli, in cui nessuno riuscì a riprodurre i risultati. I quali vennero confermati esclusivamente da Rauscher e Shaw in un successivo articolo del 1997, pubblicato sul numero di Neurological Research del febbraio 1997.

Tuttavia, nessuno in seguito ha mai potuto ripetere i risultati.

In realtà questo studio venne frainteso, in effetti c’era stato un miglioramento nei risultati dei test, ma solo in quelli che stimolavano l’intelligenza spazio-temporale (esistono nove tipi di intelligenza differenti) e, inoltre, gli effetti erano transitori persistendo solo per 15 minuti circa dopo l’ascolto.

Molti divennero scettici e l’esperimento fu ritenuto da alcuni addirittura inattendibile per il fatto che non fu possibile verificarlo da altri ricercatori in successive prove.

Ad ogni modo gli studi proseguirono e, nel 1998, un autorevole studio condotto nel dipartimento di psicologia del Wisconsin dimostrò che, in effetti, la musica mozartiana aumentava temporaneamente l’intelligenza spazio-temporale.

In particolare in questo studio per 60 giorni si esposero gruppi di ratti all’ascolto di Mozart (la sonata K448) musica minimalista e silenzio; dopo l’esposizione furono sottoposti per cinque giorni ad un test che consisteva nel ritrovare l’uscita da un labirinto e ciò risultò più facile per i ratti che avevano ascoltato Mozart.

Ad oggi possiamo dire che gli studi condotti finora dimostrano che ascoltare la musica di Mozart e, in particolare, quella delle composizioni K488 e K448, aumenti sì l’intelligenza, ma solo temporaneamente, e in particolare ha effetto su quella spazio temporale, che è deputata all'analisi delle forme, della posizioni degli oggetti nello spazio e allo sviluppo del senso orientamento, risultando così particolarmente utile per pittori e chirurghi.

http://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Mozart





martedì 14 ottobre 2014

Il potere curativo della musica



Il potere curativo della Musica


La musica ha poteri curativi ed è in grado di contribuire al risveglio dal coma e al miglioramento della qualità della vita nei malati di Alzheimer...


Silvia C. Turrin - 07/02/2014 

In questi ultimi anni, come giornalista e appassionata di suoni, ho avuto modo di approfondire varie tematiche connesse alla musicoterapia. Grazie a interviste, incontri e dialoghi con esperti ho raccolto parecchi dati che confermano quanto la musica abbia la capacità di migliorare la qualità di vita delle persone, anche affette da alcune patologie gravi come l’Alzheimer e disturbi (quali stress e insonnia) tipici dei ritmi esistenziali frenetici. Ricerche che ho voluto sintetizzare in un libro intitolato Viaggi nei suoni che curano (edizioni Atti Poetici, 2013). Partendo dalle tante informazioni raccolte in questi anni, più che considerare gli aspetti teorici, vorrei qui illustrare alcuni casi concreti che testimoniano “il potere curativo della Musica”.

Il potere della musica nel risveglio dal coma
Nei primi giorni del 2011, negli Stati Uniti si verificò una strage terribile: l’allora ventiduenne Jared Loughner scatenò una sparatoria, in cui morirono sei persone e altre dodici furono ferite in modo grave. L’episodio avvenne durante il comizio di Gabrielle Giffords, deputata del Partito Democratico, impegnata in ambito sociale ed ecologico. Loughner le ha sparato alla testa. Un colpo che le avrebbe potuto togliere la vita immediatamente. Subito le condizioni di salute della donna sono apparse gravissime. In seguito a un difficile intervento chirurgico, la Giffords è stata attaccata a un respiratore artificiale. Dopo soli cinque mesi dall’attentato, Gabrielle era tornata sorprendentemente a sorridere.
A contribuire a questo “miracolo” è stata la musicoterapia, attraverso il prezioso lavoro della dottoressa Maegan Morrow, che l’ha seguita sin dall’inizio. Può sembrare incredibile, ma il “risveglio” dell’esponente democratica è stato accelerato da una determinata canzone, “Twinkle Twinkle Little Star”, che la musicoterapeuta Morrow diffondeva con voce e chitarra, mentre la Giffords era distesa, immobile, sul letto di ospedale.
Il brano è una semplice filastrocca che generazioni di genitori americani hanno cantato ai loro figli. Una canzone che anche la Giffords sentiva da piccina e che riascoltandola nelle sue difficili condizioni ha destato in lei una ripresa straordinaria: è come se le parole e la melodia avessero toccato qualcosa di molto profondo in lei, che non riguarda il corpo, ma la sfera emotiva, psicologica ed energetica.
Questo risveglio si è verificato in una clinica di riabilitazione di Houston, l’Institute for Rehabilitation and Research (TIRR) presso l’ospedale Hermann. Maegan Morrow stava cantando la filastrocca accanto alla Giffords, quando all’improvviso la dormiente si è ridestata, iniziando lei stessa a emettere lievemente le parole della canzone. Questi progressi sorpresero tutti, in primis i medici che l’hanno soccorsa e operata, i quali ritenevano che avrebbe certamente condotto una vita allo stato vegetativo. Ma così non si è verificato!
Merito della musicoterapia a livello neurologico, che ha come azionato “un interruttore” interno, portando la Giffords a reagire e a riaprire gli occhi, a parlare, a cantare e a camminare. E tutto questo dopo aver subito un terribile colpo alla testa che ha gravemente lesionato l’emisfero sinistro del suo cervello, centro del linguaggio e dei movimenti del corpo nella parte destra. La musicoterapeuta che la segue, la dottoressa Morrow, ha spiegato come la musica e il ritmo lavorino e interagiscano in ogni parte del cervello, aiutando il paziente a recuperare la parola, a riprendere a camminare e ad affrontare le sfide emotive che si manifestano in una delicata condizione psicologica, fisica, neurologica. Sono trascorsi tre anni (nel momento in cui scriviamo) da quel terribile attentato e la Giffords, ormai ripresasi completamente da quel dramma, ha deciso di impegnarsi in una campagna volta al controllo dell’uso e dell’acquisto delle armi.

La musica per rinsaldare il legame tra madre e figlio nei parti prematuri
L’incredibile potere, ancora in parte inesplorato, della Musica lo si tocca con mano nei reparti di neonatologia. In alcuni ospedali italiani si sono avviati importanti progetti di musicoterapia efficaci per aiutare le mamme che hanno vissuto un parto pretermine. Un programma in tale ambito è stato intrapreso da alcuni anni presso l’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco, grazie alla sensibilità del Dott. Rinaldo Zanini, Direttore del dipartimento materno infantile. Con il coinvolgimento del musicoterapeuta Mauro Galluccio, le mamme che hanno vissuto un parto pretermine vengono educate al canto delle ninna nanne: un modo per riallacciare quella simbiosi madre-figlio interrotta da un parto prematuro. Attraverso le ninna nanne composte dalle stessi madri con il sostegno del musicoterapeuta, viene riprodotta quella “prima orchestra sonora” che il bambino percepisce per la prima volta: è quell’orchestra che il feto sente quando è nel ventre della mamma. Sono i suoni e le onde del liquido amniotico, il respiro e il pulsare del cuore della mamma. Tramite le ninna nanne il neonato riconosce quell’ambiente sonoro, rassicurante, conosciuto, pieno di calore. È proprio grazie a queste musiche dolci, cantate dalla mamma, che il bimbo ritrova e sviluppa il profondo attaccamento verso colei che l’ha portato in grembo. Ecco perché sentendo le vibrazioni vocali della mamma il neonato interrompe il pianto e ritrova più facilmente la tranquillità.
Con il progetto ninna nanne il dott. Zanini e il suo staff curano non solo polmoni, cuore, cervello del bimbo nato prematuramente, ma il neonato nella sua totalità: considerano centrale la relazione che ha con l’ambiente circostante e cercano di riprodurre i modelli di attaccamento che un parto patologico in qualche modo interrompe, rendendoli più complessi, ma non impossibili da rinsaldare. Da questa prospettiva la musicoterapia si rivela strumento utilissimo, poiché i suoni riproducono in qualche modo le vibrazioni presenti nel grembo materno, trasmettendo così quel calore che il bimbo ha conosciuto mentre era immerso nel rassicurante liquido amniotico. Suoni e voce che fanno bene alla mamma e al bimbo non soltanto a livello energetico e psicologico. La musica stimola nella madre pace e armonia interiore, migliora in lei la percezione corporea e favorisce un contatto più profondo con il proprio mondo interiore. Il calore e la dolcezza della voce materna riporta il bimbo alla calma e al benessere di quando era immerso nell’ambiente ovattato del grembo materno. Gli effetti positivi di questo progetto avviato all’interno del reparto di neonatologia dell’Ospedale di Lecco sono numerosi, stimolati anche dall’atteggiamento protettivo e attento dell’intero staff composto da infermiere e dottori verso genitori e neonati. Un atteggiamento che aiuta le famiglie ad attraversare un lungo periodo pieno di angosce e speranze.

La musica migliora le condizioni psico-fisiche dei malati di Alzheimer
Il potere curativo della Musica lo si riscontra anche nella fase della terza età, come testimoniano le ricerche, ancora purtroppo di nicchia, di David Aldridge. Partendo da casi-studio di cui lui si è occupato, lo psicologo e musicoterapeuta norvegese sottolinea come l’uso della musica, in un appropriato contesto clinico, possa migliorare le condizioni psico-fisiche dei malati di Alzheimer o di chi sperimenta una situazione post-coma. Il suo lavoro di musicoterapia si fonda sulla conoscenza approfondita della vita del paziente che ha in cura. Il percorso sonoro scelto da Aldridge ricalcherà le principali fasi esistenziali dell’individuo con demenza senile o affetto daAlzheimer: ogni musica corrisponde perciò a un determinato evento, ritenuto importante per il paziente sul piano psico-emotivo. Attraverso il riascolto di certi suoni familiari viene stimolata la memoria. In un secondo momento, la terapia da individuale può trasformarsi in terapia di gruppo, grazie all’uso collettivo di strumenti musicali, che possono dar vita a una grande orchestra sonora. L’interscambio fra anziani affetti da demenza senile, o affetti da Alzheimer, è basilare per allontanare gli spettri della solitudine e della chiusura. L’interrelazione aiuta a stimolare parti del cervello sopite e sprona le persone al movimento. Intensificare questo approccio di gruppo è il cammino individuato da Aldridge per rallentare i processi di deterioramento senile. In molte situazioni, Aldridge ha constatato quanto la musica riesca a far emergere emozioni e impulsi vitali dal punto di vista comunicativo: solo attraverso questo linguaggio basato sulle note e talvolta sul canto l’interazione è possibile coi suoi pazienti. Grazie ai suoni e al dialogo con vari strumenti musicali i parenti possono nuovamente comunicare con il familiare, recuperando così una relazione interpersonale qualitativamente migliore. Da quanto evidenziato, emerge ancor la necessità di valorizzare la musicoterapia, diffondendola nel quotidiano, nelle scuole, negli ospedali e nelle cliniche per anziani.

http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo/potere-curativo-della-musica.php

lunedì 1 settembre 2014

Genetica dell’amicizia: scegliamo chi è simile a noi


Chi si somiglia si piglia, si dice molto spesso. Vuoi vedere che è veramente così!? È stata appena pubblicata una ricerca che attraverso l’analisi del Dna di un milione e mezzo di persone ha portato a concludere che il Dna delle persone amiche tende a somigliarsi. Non so se sia assolutamente vero, ma certo è verosimile e non inatteso. Perché?

La somiglianza tra partner
Sappiamo da decenni, dai tempi in cui ancora non esistevano tutte le diavolerie di oggi per analizzare il Dna delle diverse persone, che i due membri di una coppia tendono a condividere il grado di cultura e d’intelligenza. Non fu allora e non è oggi una grossa sorpresa. In una coppia bisogna parlare e scambiare continuamente punti di vista e idee; e per farlo, il possesso di uno stesso grado di cultura e d’intelligenza certamente aiuta. Le coppie evanescenti e destinate a dissolversi tendono a essere quelle nelle quali si parla poco e di cose poco importanti. Comunque sia, questo fatto è più che assodato e figura in ogni manuale di biologia umana, quella scienza che studia appunto le caratteristiche biologiche di noi umani.
Se diamo per scontato questo fatto, occorre chiedersi dove è riposta la predisposizione alla cultura e all’intelligenza. Anche se si tratta di fenomeni che hanno, ovviamente, una grossa componente culturale e sociale, non c’è dubbio che anche i geni ci mettano lo zampino, assicurando una potenzialità intellettuale, un certo grado di memoria e, perché no?, anche una certa propensione a informarsi e a far tesoro delle informazioni acquisite. Insomma, certamente, i due partner di una coppia che funziona hanno una certa somiglianza genetica.

Le affinità elettive
Se ora ci viene detto che anche le coppie di amici mostrano una certa somiglianza genetica, non è il caso di sorprendersi. Essere amici vuol dire parlarsi, condividere interessi e passioni, ed essere in grado di discuterne. Una coppia di amici è un calco significativo di una coppia di amanti, anche se spesso il grado di coinvolgimento affettivo è minore, almeno a certe età. Non a caso si è parlato in passato di «affinità elettive». Appare chiaro quindi che una certa somiglianza genetica può aiutare, anche se difficilmente sarà un fattore discriminante di valore assoluto. Avere una struttura genetica portante non troppo dissimile appare quindi un fattore predisponente, anche se ha senso chiedersi: «Di tutti i geni che possediamo quali si somigliano di più nelle coppie di amici?».

I geni migliori
Ma prima viene spontanea un’altra domanda: «Come ci si accorge di chi ha i geni simili a noi?». Si tratta di una domanda semplice. Non sono i geni quelli di cui ci si può accorgere, ma la loro estrinsecazione, cioè il loro contributo al comportamento e all’atteggiamento complessivo. E questi sì possono essere rilevati, anche se quasi mai consapevolmente. Con certe persone ci si trova meglio che con altre, e quasi sempre non si sa dire perché. Ma questo succede invariabilmente fino dalla prima età: gli amici si scelgono reciprocamente, anche se la vita può poi portare a disillusioni e «tradimenti», proprio come nelle faccende di cuore.
Quali geni contano di più in questa giostra di personalità? Sarei molto curioso di saperlo, ma già ci viene detto che i geni in questione sono tra quelli che sembrano evolvere più velocemente nella storia della nostra specie. Prospettiva bellissima e affascinante. Noi evolviamo, cioè miglioriamo continuamente il nostro modo di affrontare ed eventualmente modificare l’ambiente in cui viviamo, ottimizzando le nostre relazioni personali e la nostra interdipendenza. Insieme per un mondo migliore, verrebbe fatto di dire, «se non facessimo brutti sogni» come dice l’Amleto di William Shakespeare. Da dove vengono i brutti sogni - intolleranza, insensibilità, conflittualità e aperta ostilità? Dalla bestia che ancora alberga in noi.

Edoardo Boncinelli

http://www.corriere.it/scienze/14_luglio_15/genetica-dell-amicizia-scegliamo-chi-simile-noi-5ee5846c-0be3-11e4-b3f9-5ee5846c-0be3-11e4-b3f9-bc051e012a1f.shtml